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L'angolo dell'Éducateur

La favola della zucca che non si trasforma

Lazio, la rubrica "L'Angolo dell'Éducateur"

Aspettavano il finale da favola. Lo aspettavano in tanti, quasi tutti: prende le mosse da qui il nuovo, imperdibile Éducateur

– L”Éducateur –

“Ma s’ io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, le attuali conclusioni…”

(Prologo: Avete mai provato i tortelli di zucca mantovani? Certo, l’aspirazione massima è la carrozza regale, ma se l’alternativa alla magica trasformazione è un piatto luculliano che ti fa star bene, prendiamone e godiamone tutti, senza se, senza ma).

Aspettavano il finale da “favola”. Lo aspettavano in tanti, quasi tutti. Novelli Grimm pronti a raccontarci il finale commovente della piccola Bergamo che sopravvive alla mela avvelenata e col bacio del Principe Tricolore vivrà felice e contenta.

Ci sono libri con finali meno diabetizzanti delle favole, però.  La Lazio non può essere raccontata come un romanzetto Harmony. La Lazio è  “Trilogia della città di K”, per esempio. La Lazio racconta e si racconta in libri come questo. Drammatici e devastanti,  ma di una bellezza struggente,  che ti scava la carne.

Avevo in testa una lista della spesa da compilare:

  • un po’ di dichiarazioni di Ranieri
  • due confezioni di sospetti lanciati dai media sul doppio confronto con l’Atalanta
  • un etto di Nicchi e mezzo chilo di Banti
  • un mazzetto di esoneratori di Inzaghi a prescindere
  • due litri di calunnie e menzogne vergognose versate da zelanti giornalisti sugli insulti a Sinisa
  • un Gasperini in salsa acida, pronta all’uso da condirci peperoni insipidi

Ho  in testa Roma, fredda e piovosa. La calca, le birre, i panini, i cori, gli occhi e le mani, la “strizza” e la speranza. Ho in testa il disamorato accanto a me e il nostro abbraccio finale. La bimba riccia davanti a me impaurita dall’esultanza dei goal. Ho in testa la gente, dopo. Gli abbracci. La gente che  canta, Roma che ascolta, Roma che sorride.

Ho in testa tante cose. Rimangono intasate, nella testa. Le lascio lì.

Mi viene fuori solo una scena, in piano sequenza:

sotto la Tevere Parolo dirige i cori come il miglior Beppe Vessicchio. Tutta la Lazio intorno, ammassata, sembra uno stormo di uccelli con le piume bianche e una macchia al centro che pare quasi un 7. Lo stormo si muove, si scompone un attimo, cambia forma restando unito. Punta a nord, punta la Curva Nord. Mi passa sotto, Radu si stacca dal caos ordinato, guadagna una trentina di metri, arretra dietro i cartelloni pubblicitari. Da lì, solo, più avanti ma meno sotto  degli altri, a guadagnare campo visivo, guarda la gente Laziale, la sua gente, lui che si sente quella gente lì. Un mare di gioia vissuto con pudore solitario. Un’intima felicità. Penso a come si è sentito in quei venti secondi.  Penso che mi sento come lui in quel momento. Anarchicamente individualista nel godermi la mia Lazio.

Grazie, Lazio.

“Ma s’ io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, forse vorrei  lo stesso…”.

SoloLaLazio. Sempre.

 

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