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L'angolo dell'Éducateur

Solo La Lazio. Davvero.

Lazio, la rubrica "L'Angolo dell'Éducateur"

“Ho polemizzato troppo con chi vive la Lazio in maniera diversa dalla mia. Mi ha stancato viverla così la Lazio”: il ritorno dell’Éducateur

– L’Éducateur –

1974. La Lazio vinse lo scudetto nel tempo dell’austerity, dei blocchi del traffico. Uno scudetto meraviglioso come le domeniche senza auto in cui le strade, abitualmente violentate dalle urla e dai fumi dei pezzi di ferro a due e quattro ruote, divennero praterie di cemento conquistate dai palloni, dalle bici, dal sudore giocoso dei ragazzi.

Per un attimo gli Indiani ebbero la meglio sui Visi Pallidi.

Non mi portò, mio padre, a quel Lazio-Foggia. Mi riportò una bandiera, piccola, che conservo, che è probabilmente l’unica cosa che ha condiviso con me i tanti traslochi. In seguito tante partite insieme. Fino a che la conquistata autonomia non mi consentì di andarci con i miei coetanei compagni Laziali. Conquista attesa e desiderata con forza. Non sopportavo il suo costante commentare la partita. Non sopportavo in generale chi durante la partita esorcizzava la tensione con fiumi di parole.

Non sopportavo, nello specifico, i suoi commenti ipercritici, disfattisti. Nessun giocatore era “da Lazio“, da serie A o da serie B (undiciannideBBì). Nulla e nessuno andavano bene. Vivevo la partita con la cappa asfissiante del pessimismo cosmico, del “moriremo tutti”.

La Lazio in seguito, per decenni, l’ho vissuta senza troppe parole. Mi ha facilitato il compito l’essere scappato da Roma. Trasferte spesso solitarie, a Roma col “fratello” biancoblù di sempre. L’ho vissuta, senza parlarne molto. Ne parlavo solo con la mia Mamma. Ho condiviso telefonicamente con lei gioie e delusioni di centinaia di
partite della Lazio. A fine partita era quella la prima telefonata. Poche parole, nessun commento “tecnico”. Solo la felicità, la delusione o l’incazzatura. Bastava quello. Ci bastava, ci riempiva, ci soddisfaceva pienamente.

La chiusura del cerchio della gioia, per la mia Mamma, doveva essere il risultato negativo di Essi. Li chiamava “quelli”. Lei sapeva già che potevano solo essere “Inquelli”. Potevamo aver vinto 4 a 0, potevamo stargli sopra in classifica, se non avevano perso non era felicità piena per lei. Un antiromanismo militante. Che ho ereditato, come la miopia. La poltroncina, il cappellino di lana biancazzurro a coprire i capelli resistiti alle terapie. Ai goal batteva le mani, forte. Così gli ultimi tempi.

Ho parlato troppo di Lazio in questi ultimi anni. Ho polemizzato troppo con chi vive la Lazio in maniera diversa dalla mia. Metto distanza. Come la misi con mio padre. Basta giudizi. Mi ha stancato vivere così la Lazio. Così non è più la mia Lazio. Ci sono pagine e pagine di non detto che non dirò. Mi scuso con quelli che ritengono dovrei scusarmi. Mi rimane il bello di aver conosciuto virtualmente (e non) persone a cui voglio molto bene, davvero.

Metto il cappellino biancazzurro della mia Mamma, tengo da parte, ma so che è lì, la bandiera piccola di mio padre. E batto forte le mani, per la mia Lazio, parlando poco.

(Ah, “l’educateur” è un nick antiromanista. Nessun rimando a presunti e presuntuosi intenti pedagogici da parte mia. È il caso di chiarirlo, una volta per tutte).

Solo La Lazio. Sempre.

Chiedo scusa a Saramago. Mi vergogno non poco di usarlo in modo così poco degno. Diciamo che è un consiglio per chi non lo conosce. Saramago fa bene allo stomaco, al cuore, al cervello.

Silenzi

Oggi non era giorno di parole,
con mire di poesie o di discorsi,
né c’era strada che fosse nostra.
A definirci bastava solo un atto,
e visto che a parole non mi salvo,
parla per me, silenzio, ch’io non posso.

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