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L'angolo dell'Éducateur

Attenti al gorilla: riflessioni personali su arbitri e arbitrio

Lazio, la rubrica "L'Angolo dell'Éducateur"

Arbitri e polemiche al centro del nuovo appuntamento con “L’Angolo dell’Éducateur”

– L’ Éducateur –

“Gridava mamma come quel tale
cui il giorno prima come ad un pollo
con una sentenza un po’ originale
aveva fatto tagliare il collo.
Attenti al gorilla”

Fabrizio De Andrè – Il Gorilla (1968)

Certo, servono. Come servono i giudici. Ma io non ho mai capito cosa ti spinge a fare “l’arbitro”. Piedi a banana? Nella conta delle squadre eri sempre l’ultimo a essere scelto? Ti mettevano sempre in porta? Eri utile solo perché portavi un Super Tele nuovo fiammante? Fascino della divisa? Delirio da comando?

Direte voi, è solo passione, è solo un altro modo di vivere l’amore per lo sport, da una prospettiva diversa, prospettiva da cui non si può prescindere. Cari voi, avete ragione. Io continuo a non capire perché ti viene “la voglia dell’arbitro”.

Ho con gli arbitri un rapporto conflittuale irrisolto, da studio freudiano. In quello che è stato il mio sport per 30 anni, che non è il calcio, una delle mie società a un certo punto cominciò ad addebitarmi il costo delle sanzioni per ammonizioni, ero diventato per loro una tassa troppo esosa. L’ammonizione più divertente la presi dalla panchina, il primo arbitro mi ammonì perché avevo “guardato malissimo” il secondo.

Ebbi l’opportunità, a fine carriera, conoscendo esponenti della Federazione, di intraprendere la carriera di arbitro. Non riuscii a finire il primo incontro. Mi guardai intorno, non potevo fare l’arbitro, non potevo farcela.

Gli arbitri nel calcio. Non credo ci siano sport (forse la boxe dilettantistica per evidenti ragioni), in cui le decisioni arbitrali incidano così tanto sul risultato finale come nel calcio. Dopo l’anno scorso, poi, la mia insopportazione per il sistema arbitrale ha raggiunto il livello di guardia. In tanti anni di calcio guardato, un accanimento contro una squadra come quello subito dalla Lazio non lo avevo mai visto.

L’errore, invece, di cui hanno più parlato l’anno scorso, è relativo al mancato secondo giallo a Pjanic. Dibattiti, tavole rotonde, documentari. Nel sistema arbitrale ci metto l’informazione, la comunicazione. Un errore finisce, nell’immaginario collettivo, per essere macroscopico, ingiusto, vergognoso, non per ragioni obiettive, ma solo se viene urlato sulle prime pagine dei giornali o dalle tv.

Giornali e tv, le cui redazioni sono ormai delle piccole e potenti frange ultras di quella o questa squadra. Tra questa e quella non c’è la Lazio, mai. E non si tratta di VAR o non VAR. Io non ho nessuna malinconica nostalgia del passato che mi ha regalato l’Ipswich o il campionato 1999. E non mi consola la retorica romantica dell’errore umano, che quando gli errori diventano un silos di ingiustizie non troppo indiscriminate siamo oltre il diabolico.

Evitiamo gli errori. Inventatevi quello che vi pare, arbitri professionisti, un algoritmo che non lasci scampo alle decisioni arbitrarie. Facciamo che su quel presunto fallo da rigore decide la piattaforma de Cubertin. Per ora decidono gli interessi economici, decidono i soldi vitali di una qualificazione in CL. Complottista? Piagnone o piangina? Può essere. O forse no.

Tornando a De Andrè, mi rimane il fastidio per l’arbitro e l’arbitrio. Che non ci sono poteri buoni.

SoloLaLazio. Sempre.

 

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