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Due chiacchiere con Tommaso Maestrelli: “Potessi incontrarlo, a mio nonno chiederei anche come vestirmi”

Tommaso è il nipote dell’allenatore del primo scudetto biancoceleste. Racconta l’onore di portare il suo nome e il rimpianto di non averlo conosciuto.

Giornata piovosa a Roma. Nella zona di piazza Ungheria si nuota per attraversare la strada e imboccare via Romania. Ma lo faccio volentieri oggi. Nonostante i piedi fradici. Devo incontrare un amico, che mi deve presentare una persona speciale. Eccomi all’ingresso dell’università Luiss. Arrivano. Ci salutiamo. “Ciao bello!” faccio alla faccia conosciuta. “Piacere, Tommaso” mi dice l’altro. “Pure io“, rispondo. Ho appena stretto la mano a Tommaso Maestrelli.

Tranquilli, nessun viaggio nel tempo. Lui è il nipote del leggendario allenatore della Lazio Campione d’Italia 1974. E di suo nonno porta fieramente lo stesso nome. Figlio di uno di quei due gemellini terribili, Massimo, che i laziali più grandicelli ricorderanno come le vere mascotte di quella squadra.

Oggi Tommy ha 24 anni, studia economia e gioca per la squadra di calcio dell’ateneo. In una chiacchierata seduti al bar, ha raccontato come vive l’onore e l’onere di avere quel cognome. Ma anche il rimpianto di non aver potuto conoscere un uomo che tutti gli descrivono come straordinario.

“Il bello di essere suo nipote è che ovunque vado, anche fuori Roma, c’è gente che mi parla benissimo di lui, di che persona era. È come se lo vivessi tramite gli altri”.

Come te lo hanno raccontato i tuoi familiari?

“Più che come allenatore, me lo hanno raccontato come persona. Anche perché papà di calcio, sì un po’ ci capisce, ma se non ci fosse stato nonno, mai nella vita ci si sarebbe avvicinato! Soprattutto, me lo hanno sempre descritto come una persona molto attenta ai rapporti umani. Era uno che si legava anche affettivamente con tutte le persone a lui vicine. Anche con gli stessi giocatori. Mi hanno raccontato che spesso venivano a cena a casa. Con Chinaglia aveva un rapporto particolare. Molti dicono che Giorgio fosse un tipo scorbutico, invece con nonno aveva un rapporto quasi padre-figlio”.

Tuo padre e tuo zio non hanno proseguito sulla stessa strada di tuo nonno. Come mai?

“Nonno poco prima di morire disse loro che era importante proseguire a studiare, che si laureassero e che tutto il resto veniva dopo. E tutti e due hanno onorato questo insegnamento”.

Anche questo fa capire, una volta in più, perché lo chiamavano il Maestro. In qualche modo, comunque, il messaggio è arrivato pure a suo nipote, che infatti è a un anno dal conseguire la laurea. Però Tommaso al calcio ci si dedica eccome. E quante cose avrebbe voluto farsi dire dal nonno…

Se avessi potuto conoscerlo, quali consigli gli avresti chiesto?

“Credo gli avrei chiesto qualsiasi cosa. Non avendo potuto conoscerlo gli chiederei, davvero, da come vestirmi per uscire stasera, a cosa fare in campo, come comportarmi con i compagni, con l’allenatore, come migliorare”.

C’è qualche aneddoto su tuo nonno che in famiglia ti hanno raccontato?

“Sì ce ne sono tanti. Uno in particolare mi fa molto ridere. Papà e zio spesso stavano negli spogliatoi con nonno. E in una trasferta a Foggia alla fine del primo tempo, a un certo punto non si trovavano più. Tutti a cercare dove fossero finiti e alla fine è uscito fuori che si erano infilati nello spogliatoio dell’arbitro per prenderlo a male parole. Perché secondo loro stava arbitrando male. Quella volta se li sarebbe mangiati vivi!”

Avere un cognome così importante, a volte può essere ingombrante. Ma nello sguardo di Tommaso si legge umiltà e spirito di sacrificio. Consapevole del passato, ma determinato a dimostrare il proprio valore, a prescindere da tutto.

Ti è mai pesato essere “il nipote di”?

“Io l’ho sempre visto come un grandissimo onore. Anche nei rari casi in cui qualcuno me lo ha fatto pesare, se hanno pensato che giocavo a calcio solo perché ero suo nipote, a me non è mai importato nulla. Ho sempre tentato di dimostrare come giocatore quello che valevo. Ci ho sempre messo tutto. Poi a qualcuno piaccio ad altri no. Pazienza”.

In passato non hai avuto occasione di entrare a far parte della Lazio?

“Non da piccolo. Papà ha sempre voluto evitare di portarmi lì, perché sapeva che ci sarebbe stato il rischio proprio di creare situazioni del tipo: ‘lui sta qua perché si chiama Maestrelli’. Voleva che ce la facessi con le mie forze. Poi, capitò di fare una prova con il gruppo degli Allievi di Simone Inzaghi ho fatto con loro un torneo amichevole, la Shalom Cup. Ma poi non si poté concretizzare il trasferimento per problemi di tempi burocratici. Successivamente ho fatto un altro periodo di prova con Bollini per la Primavera, ma ero sotto età. Il mister mi disse che avrei giocato poco. E io mi resi conto che a quell’età mi sarebbe stato poco utile. Così sono andato a giocare in promozione con un’altra squadra”.

“Il mio sogno da bambino era di giocare alla Lazio un giorno. Papà mi ha sempre detto che i sogni sono belli, ma poi nella realtà c’è altro. Se fossi andato lì a 15-16-17 anni e poi non avessi mai giocato, avrei perso anni importanti di crescita. A quell’età è importante giocare e crescere. Sì, sarebbe stato bello fare due anni lì, ma ho preferito fare un campionato di promozione a 17 anni e confrontarmi con un ambiente ‘di grandi’ e imparare da loro. E sono soddisfatto di quello che ho fatto”.

In campo Tommaso gioca come centrocampista. Mezz’ala o mediano, all’occorrenza, non fa differenza, dice. Un misto fra Frustaluppi, Re Cecconi e Nanni, insomma. Sorride e rabbrividisce al paragone con certi mostri sacri.

Università, compagno di squadra e un mister “top”

Sui libri le cose ora non vanno troppo male. Con la squadra partecipa al campionato di Promozione. Ma in passato le difficoltà non sono mancate.

“Quando ho iniziato a frequentare l’università, alla Sapienza, giocavo in serie D a Ostia. Studiavo la mattina e mi allenavo il pomeriggio. Fare su e giù non era per niente comodo. Poi sono passato alla Racing Roma in Serie C e lì l’impegno era ancora maggiore. Infatti il rendimento nello studio aveva subito una ‘leggera flessione’. Dal 2017 sono qui alla Luiss, dove, oltre a giocare, ho finito la triennale e ora sto frequentando i corsi della magistrale”.

L’altro amico, quello che ci ha presentati all’inizio, nel frattempo, non se n’è andato. È un suo compagno di squadra, anche lui studente nella stessa università. Si chiama Guglielmo Carbone. Per più di dieci anni ha giocato nelle giovanili della Lazio, fino all’Under 17. E ora, insieme, sono allenati da un’altra vecchia gloria della prima squadra della Capitale: Christian Ledesma.

Da quest’anno l’ex centrocampista biancoceleste siede proprio sulla panchina della Luiss. Alla domanda sul loro allenatore, entrambi sono concordi nella descrizione.

“È simile a come appariva sul campo. Un leader silenzioso. Parla poco, ma parla bene. Ci tiene al rapporto con i giocatori. Dialoga a fine allenamento. E soprattutto, quando parla, dice cose importanti. Non si inventa cose assurde tipo alcuni ‘filosofi’ di oggi. È molto pratico. Sostiene che alla base del calciatore ci debba essere l’uomo e di conseguenza ci tiene a mantenere il rapporto con i suoi uomini”.

Tommaso aggiunge un dettaglio che lo colpisce particolarmente quando sente i discorsi del suo mister negli spogliatoi.

“Di lui mi colpisce molto quanto ci tenga a far bene. E non è scontato. Perché dopo una carriera importante da calciatore non è detto che uno ci tenga così tanto a far bene alla Luiss. Invece si percepisce il suo impegno da come ci parla, come ci spiega le cose prima della partita. Molte volte ha addirittura la pelle d’oca. Vuol dire che si è immedesimato in questa avventura e ci tiene tanto quanto noi”.

Ma il campionato come sta andando?

“Eh… zoppichiamo un pochino…”

Meglio chiudere qui. Prima che finiscano entrambi in tribuna per il resto della stagione.

 

 

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Bel giocatore

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Grande personaggio…molto ” olandese” come gioco….centrocampo veloce ( Re Cecconi ) per l’ epoca…

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io l’ho vissuto tuo nonno era una bellissima persona

Roby Merlini
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Roby Merlini

Per sempre riconoscente al Maestro.

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