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Editoriali

Lazio-Milan, i soliti 25mila. Eppure lazialità non fa rima con pigrizia

Lazio, la Curva Nord

Lazio-Milan, mai come stasera la squadra avrebbe bisogno della gente laziale che non la faccia sentire sola.

Stasera all’Olimpico, per Lazio-Milan, sono previsti al massimo 30mila spettatori, di cui 4.000 milanisti. Quindi i laziali saranno i soliti 25mila innamorati. Come se fosse una partita qualunque.

Invece è una sfida speciale, c’è una finale di Coppa Italia da raggiungere: il primo round, in casa, è sempre fondamentale. E la banda Inzaghi è in un momento di difficoltà, con tanti assenti, andrebbe sostenuta. In particolare contro questo Milan scatenato, forse la squadra più in forma d’Italia. Invece prevendita e previsioni parlano di quella cifra lì, 25mila laziali.

Cos’è successo al tifoso laziale?

Allora siamo qui a porci di nuovo la consueta domanda: cos’è successo al tifoso laziale? Dov’è finito? In 19mila contro il Siviglia in Europa League, 25mila per Lazio-Milan, addirittura i distinti tra Nord e Tevere vuoti nel derby di andata. Il nostro Caponetti aveva trovato almeno 20 motivi per riempire lo stadio, stasera. Invece niente, Olimpico mezzo vuoto. Anche in questo caso, come per i torti arbitrali, ci stiamo rassegnando. Alla situazione e a quel concetto: il laziale è diventato il tifoso da divano e da tastiera per antonomasia, eppure lazialità non fa rima con pigrizia.

La lazialità ormai è mandare messaggi incazzati – altre volte d’amore, per carità – per lamentarsi degli errori della società, per il mercato insufficiente, per quei giocatori che non sono all’altezza. Allo stadio non si va più. La Nord più i soliti innamorati, basta. Il rito dell’abbraccio col vicino di posto urlando “gaaaaaa” quando Ciro la butta dentro fa parte del bagaglio dei nostalgici. Magia svanita.

Bastano davvero queste giustificazioni?

Colpa della società che non fa niente per farsi amare, dicono. Oppure dello stadio scomodo, con i parcheggi lontani e il campo distante dagli spalti. Oppure della tv che la partita te la fa vedere troppo bene, ogni sfumatura svelata. Oppure del carattere dei laziali che è sempre stato così, e giù a snocciolare statistiche per dimostrare che anche ai tempi di Cragnotti l’Olimpico pieno non era quasi mai, neanche per le sfide contro gli squadroni di Spagna. I prezzi no dai, sono i più bassi d’Italia, proprio non funziona come scusa. Bastano davvero quelle cose lì per giustificare una disaffezione così e soprattutto per rassegnarsi, per ripetere che le cose non cambieranno?

Mai capito – ribadisco – perché se ce l’hai con Lotito e/o Tare, questo tuo astio – a prescindere se sia giustificato o no, al di là di torti e ragioni – deve pagarlo la squadra. Perché la squadra di questo deserto ne soffre, oltre al fatto che la penalizza chiaramente. Lazialità era anche abbracciare la squadra nel momento del bisogno, con stile tutto biancoceleste.

“Stiamo uniti, cazzo”

Ecco, mai come stasera Ciro e gli altri hanno bisogno della gente laziale che li sostenga, che non li faccia sentire soli contro la corazzata Milan. Hanno bisogno di calore, cori, applausi. La Lazio ha bisogno di lazialità allo stadio: l’abbraccio è un atteggiamento concreto, non una parola bella. Nei momenti cruciali, dello sport e della vita, contano i gesti, non le parole.

Mi ha appena chiamato un amico, uno di quelli che non andava più da tempo. La voce concitata, sembra emozionato: “Mi sono liberato di ogni impegno, stasera è troppo importante, io vado. Quelli so’ forti Giu’, hai visto Piatek che roba, tocca sta’ vicino ai ragazzi. Stiamo uniti, cazzo. Dai che ce la facciamo. Ti abbraccio, a stasera”. Anch’io ti abbraccio. A stasera.

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