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Inzaghi – Lazio – Inter, è stata solo una questione di affari

Inzaghi decide di lasciare la panchina della Lazio dopo 5 anni per una nuova avventura all’Inter. Che paga di più.

Sedotti e abbandonati? Forse è così che si sentono molti tifosi laziali in questo momento. Ma il mancato rinnovo di  Inzaghi, in realtà, è solo una questione di affari. Dopo 5 anni (oltre 20, in realtà, contando anche quelli passati in campo e alla guida delle giovanili) il tecnico piacentino sceglie di dire addio alla Lazio per andare all’Inter e iniziare una nuova avventura personale.

Non c’entrano nulla i mesi di tira e molla sul rinnovo. Almeno così viene da pensare, in conseguenza a quanto visto e sentito nell’ultimo anno. Che la proposta fosse rimasta in un cassetto da febbraio o fosse attesa da 16 mesi, poco conta. È stato un gioco delle parti tra professionisti, che hanno guardato al proprio tornaconto e alla propria carriera. Perché, altrimenti, aspettare tutto questo tempo per mettere le cose in chiaro? Perché ripetere per mesi “Non ci sono problemi, con il presidente ci sentiremo e troveremo la soluzione migliore“, se non per rinviare tutto al momento più opportuno per parlare chiaramente, a bocce ferme, ciascuno delle proprie legittime intenzioni e aspirazioni?

Una cena ieri sera sembrava aver messo tutti d’accordo per proseguire insieme. Una società, la Lazio, avrebbe proseguito un certo progetto tecnico di crescita. Un allenatore, Inzaghi, avrebbe ottenuto determinate garanzie economiche e tecniche, per proseguire la sua carriera.

Ma poi arriva una telefonata, da un’altra azienda – perché questo sono le squadre di calcio, secondo il punto di vista dei fondi di investimento, degli sceicchi, dei magnati e dei gestori – che offre più del doppio. E quindi il professionista, saluta e va. Ritiene che andare a Milano sia un avanzamento migliore nel proprio percorso lavorativo. Anche in termini di guadagno, non è una vergogna ammetterlo: nel mondo del lavoro si va volentieri da chi paga di più. I nerazzurri, dal canto loro, sono convinti, probabilmente, che passare da Conte a Inzaghi sia un livello di ridimensionamento accettabile. O forse che non lo sia proprio e che i due tecnici si equivalgano o, addirittura, che il piacentino sia migliore. In ogni caso i due interessi si sono incontrati e l’affare si è concluso. Stop.

Parola data, attaccamento all’ambiente, sentimentalismo. Nel mondo degli affari tutto questo non esiste. Sono storie che nel calcio non trovano più spazio ormai, da tanto tempo. Magari Simone – soprattutto considerando la nota che il club biancoceleste ha pubblicato poco dopo aver appreso la sua decisione –  dichiarerà la sua riconoscenza professionale e umana a quella precedente società, che gli ha permesso di iniziare al meglio il suo percorso, che gli ha dato fiducia e che lo ha lanciato sui palcoscenici che contano. Ma non ci sarà altro.

Come non c’è stato altro dopo le lacrime di Hernanes, dopo la faccia nascosta di De Vrij, dopo Milinkovic che esce piangendo dalla sede della Fiorentina, dopo la stretta di mano tra Prandelli e Lotito, proprio prima della vicenda Bielsa. Tutte esternazioni di mera formalità, come tante altre se ne potrebbero citare ancora. Non solo pensando alla Lazio. Più o meno toccanti e cordiali, a seconda del contesto e di quanto gli affari si intreccino con la sensibilità di ciascun soggetto. Nulla di più.

E i tifosi? No, per loro è diverso. Gli affari non contano, non saranno mai clienti. La maggior parte continuerà, secondo la natura più pura e genuina che contraddistingue la fede calcistica, a credere imperterriti che ci sia qualcosa di più del semplice interesse individuale. E che chi va in campo o guida da una panchina provi sul serio gli stessi loro sentimenti, a 360 gradi. Perciò questi sono i momenti che a loro fanno più male, che accusano di più.

Si sentono traditi, perché percepiscono una grande ipocrisia in questi “cambi di idea” improvvisi. Come se Inzaghi avesse usato la Lazio perché non c’era nulla di meglio. Perché tutta questa situazione fa sembrare l’incontro di ieri un modo per mettere pressione all’Inter e dire “hey, sbrigatevi a dirmi quanto mi date, che sennò io firmo qui“.

Ma se pure fosse così – e non lo sapremo mai, come mai conosceremo esattamente cosa si siano detti, in che toni e in che termini, con Lotito e Tare 24 ore fa – non sarebbe forse la riprova che si sia trattato solo di una questione di affari?

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