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Il Sarrismo è soprattutto un atto di fede

Quanto è lontano, nella testa di alcuni tifosi laziali, la data del 9 di giugno.

Una piazza euforica – come non si vedeva da anni – accoglieva il suo Comandante (soprannome mai piaciuto fino in fondo a Maurizio Sarri) in una calda serata estiva.

È bastata qualche prestazione negativa, una orribile a Bologna, quattro mesi dopo, per etichettare – da più parti – Sarri figlio di un calcio antico o ancor peggio come un bollito.

Il palmares di Sarri è visibile a tutti – sarebbe lungo e noioso elencare i numeri della sua carriera e i trofei vinti – ma questo mondo che vola alla velocità della luce, oppure alla velocità di una tastiera del telefono, va troppo forte per fermarsi a pensare.

Pensare a un processo nuovo, dove calciatori e staff tecnico – perciò sì, Sarri compreso – lavorano a mille all’ora per cambiare un’identità tattica, ma non solo, talmente radicata nella loro testa da farla rendere in partita così importante tanto da scordarsi, delle volte, il pallone. Una tranquillità mentale che gran parte dell’ambiente non sta accettando, anzi. Alla prima sconfitta partono i processi per tutti.

Perdere non è mai bello, soprattutto se accade come Bologna, ma una sconfitta – in teoria, ma molto in teoria – non dovrebbe far perdere la lucidità di giudizio e di analisi. Tutto è migliorabile: lo sanno i calciatori, lo sa la società, lo sanno Sarri e il suo staff e lo sanno i tifosi della Lazio. Migliorare, però, non può far rima con massacrare.

Il Sarrismo è un atto di fede: ci credi o non ci credi. Il Sarrismo – nuovo perché quello di Napoli è irripetibile – non è bianco o nero e neanche uno zero a zero, con parate del portiere di casa non effettuate.

Quanto è lontano quel nove giugno – forse anche troppo – nella testa di molti: per loro, dopo poche giornate la Lazio è destinata ad un campionato mediocre, a uscire dall’Europa League e perché no – a qualcuno non dispiacerebbe affatto – a fine anno vedere la separazione tra la Lazio e Sarri.

Non è una questione di carro – Sarri non ha bisogno di sostegno e non cerca facili clamori da giochi circensi – di salire o scendere: è sempre una questione di fede, quella che accomuna il tifoso all’amore della Lazio.

Ci vorrà del tempo: questa parola è stata usata tanto nel corso di questi mesi e quando si parla di un lasso temporale – speriamo il più breve possibile – nessuno può sapere come andrà a finire. Si è sempre detto che l’importante è quello che si prova durante una corsa, non al traguardo.

“Signora libertà, signorina fantasia” cantava Fabrizio De André nella sua canzone: “Se ti tagliassero a pezzetti”. Il momento di aprire le porte a una fantasia laziale è arrivata. Solo il tempo, maledizione, ci dirà quando arriverà definitivamente e non solo a sprazzi, ma sarebbe un peccato farci trovare impreparati, perché in fin dei conti, come il Sarrismo, anche sostenere un allenatore che usa parole come: “Difendo il popolo laziale” è un atto di fede.

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