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Lazio, partenze fotocopia da 3 anni: altalena di risultati che dipende dalla testa

Da 3 anni la Lazio ripete le stesse altalenanti prestazioni in avvio di stagione e si ritrova con gli stessi risultati dopo 7 giornate.

Tre vittorie, due pareggi e due sconfitte. Come un loop di una macchina inceppata, questa sequenza va avanti identicamente da tre anni negli avvii di stagione della Lazio. Nelle prime sette giornate, dal 2019 si alternano prestazioni oscene, come quella vista ieri a Bologna, a risultati esaltanti e prove di carattere. Un’altalena che indica incostanza prima di tutto al livello mentale.

Parlare di tenuta fisica infatti, dopo nemmeno due mesi e con cinque cambi a disposizione in ogni partita, stride parecchio con la realtà. Certo l’assenza di Immobile ieri ha pesato. E non aver potuto contare su Zaccagni è stato un handicap nelle rotazioni in questo periodo. Ma non basta per giustificare, nel giro di una settimana, il passaggio dalla cattiveria agonistica vista in campo contro la Roma e l’apatia mostrata al Dall’Ara.

Il problema, evidentemente, prescinde dal modulo e dalla guida tecnica. Due anni fa lo 0-3 contro la Sampdoria alla prima, seguito da un derby dominato e finito 1-1 solo per colpa della sfortuna (4 i pali colpiti dai biancocelesti), sembravano preludere ad una stagione esaltante. Che poi, nei fatti c’è stata, ma solo dopo essere passati da una sconfitta 2-1 con la Spal (poi retrocessa con sole altre 4 vittorie in tutto l’anno), una partita regalata all’Inter per una disattenzione sul colpo di testa di D’Ambrosio e un pari a Bologna, dopo essersi fatti rimontare l’iniziale vantaggio e con un rigore calciato malissimo a pochi minuti dalla fine. In mezzo le vittorie su Parma e Genoa.

All’8ª arrivò la pirotecnica rimonta ai danni dell’Atalanta e da lì, fino allo scoppio della pandemia da Covid-19, una sequela di vittorie, per una lotta scudetto bruscamente interrotta alla ripresa in estate.

La stagione scorsa, sempre con Inzaghi alla guida, sempre con lo stesso 3-5-2 e con lo stesso zoccolo duro di uomini in campo, nelle prime sette arrivarono due tonfi clamorosi, molto simili per dinamica a quello di 24 ore fa. 1-4 contro gli uomini di Gasperini e 3-0 per i blucerchiati al Ferraris. Una vittoria facile contro il Cagliari, un’altra col Bologna e due risultati strappati con i denti. All’Olimpico di Torino i granata erano sopra 3-2 all’87°. Punteggio ribaltato sul 3-4 nel recupero con Caicedo, che poi si ripeterà sette giorni dopo a Roma contro la Juventus per l’1-1 finale.

Questi ultimi, come il recente derby vinto, il 3-3 contro la Dea, il girone di Champions l’anno scorso e come tanti altri esempi significano che quando vuole la Lazio non teme nessuno. Per questo si può dire che il salto di qualità atteso con Sarri in panchina non riguarda l’aspetto tecnico, ma proprio la capacità di dare continuità alle prestazioni di livello, evitando crolli improvvisi. Nell’autunno-inverno del 2019-20, in cui tutto filò liscio, sembrava raggiunta una stabilità di rendimento. L’imponderabile ha stravolto tutto. Ma alla ripartenza nessuna big ha avuto lo stesso tracollo delle aquile. La maturità di una grande club passa inevitabilmente anche dal riuscire ad affrontare e superare ostacoli inaspettati.

La rivoluzione sarrista ancora non è permeata a pieno nell’aspetto caratteriale. E il gioco, di conseguenza, ne risente. Ieri, come già a Milano, la squadra ha dimostrato fragilità difronte ad un avversario che mordeva le caviglie. Paura di sbagliare, remissività, cali di concentrazione, perdita di lucidità e nervosismo – quello di Acerbi è solo l’ultimo caso – non sono elementi da bagaglio tecnico e qualitativo di una rosa di livello, che voglia lottare per i primi posti. Invece ciclicamente si ripresentano da anni sempre allo stesso modo.

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