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4 domande a Giovanni Bartocci (Lazio Club NY). “Mio nonno mi tramandò la passione”

Giovanni Bartocci, fondatore del Lazio Club di New York, ha parlato ai nostri microfoni rispondendo a tre domande sulla Lazio.

Nella settimana appena trascorsa è finito in copertina e ha fatto impazzire i social. La sua presenza sugli spalti agli US Open per sostenere i tennisti italiani non è passata inosservata. Giovanni Bartocci, il ragazzo con la barba hipster, che esultava per ogni punto del suo amico Matteo Berrettini (fermatosi in semifinale al cospetto di Rafa Nadal), ha però un’altra enorme passione: la Lazio.

Fondatore del Lazio Club di New York, esporta fieramente i colori della prima squadra della Capitale oltre oceano. Tra fuso orario e impegni nell’attività di famiglia (gestisce il ristorante Via della Pace nella Grande Mela), ha trovato il tempo di rispondere al telefono a tre domande che gli abbiamo posto. E per questo lo ringraziamo. Argomento, neanche a dirlo, la Lazio e il legame personale con i colori biancocelesti. Ecco cosa ci ha raccontato.

La passione per la Lazio viene dalla famiglia? Chi ha contribuito più di tutti a spingerti verso questi colori?

“Sì, fu mio nonno, Luciano Carletti, il papà di mia mamma, a tramandarmi la passione per la Lazio. Fu anche presidente del Lazio Club di Ronciglione. Mi portò a vedere la prima partita, insieme a mia madre, che avevo appena sei mesi! Inoltre anche mio zio, Pietro Bartocci, fratello di papà mi ha dato un’altra spinta ad amare questi colori. Quindi da entrambi i lati della famiglia ho avuto i giusti imput”.

Oltre la Lazio (e il Tennis) al tuo ristorante e al Club seguite anche le partite della Nazionale? Cosa ne pensi dei laziali in maglia azzurra?

“L’Italia e gli italiani, in qualsiasi sport, dal tennis al pugilato, li seguiamo tutti. Stando all’estero l’amore per i colori nazionali diventa una questione ancor più esasperata. In genere gli emigrati o ne sentono grandissima mancanza e fanno di tutto per seguire gli azzurri o, al contrario, fanno di tutto per tagliare ogni contatto. Ci sono queste due anime contrapposte. Personalmente quando vedo giocare la Nazionale, mi vengono i brividi. E i laziali in azzurro sono i più belli di tutti. Quando non ci siamo qualificati ai mondiali ho sofferto tantissimo. Per noi italiani all’estero è stata una botta assurda”.

Cosa pensi dell’avvio di stagione? Come vedi la Lazio quest’anno?

“Se mi garantiscono che il 12-13 giocatori principali che abbiamo non si fanno male e riescono a reggere tutta la stagione, io dico che possiamo giocarci il 3°-4° posto serenamente. Purtroppo, secondo me, la panchina è un po’ corta e non adeguatissima al livello dei titolari. Magari sbaglio, ma sembra che stiamo sempre lì: si viaggia dal 4° posto in giù. Manca quel piccolo tassellino per puntare a qualcosa di più. Però noi dobbiamo stare dietro la squadra, tifarli, incoraggiarli e volergli più bene possibile“.

State riuscendo a diffondere “la Lazio”, il valore della sua storia, la sua tradizione, tra i newyorkesi?

“Sicuramente lo stiamo facendo. Qualche newyorkese lo abbiamo trasformato in laziale, senza dubbio. Ma quando ci sono le partite la maggior parte di chi viene da noi sono italiani in viaggio o in vacanza”.

In chiusura, immancabile un “Forza Lazio!” che dall’altra sponda dell’Atlantico arriva forte e chiaro a sostegno dei ragazzi d’Inzaghi.

 

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