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Oltre la Lazio

Sud e Futuri, ieri l’evento a Roma. Gravina: “Bisogna scegliere la politica dell’educazione dei giovani per il bene del paese”

Evento a Roma per discutere del problema del divario tra Nord e Sud d’Italia in merito alla situazione del mondo dello sport.

È quasi arrivato il 2023 eppure in Italia si deve ancora discutere di forte divario tra Nord e Sud. Il mondo dello Sport non fa eccezione, con forti ripercussioni sui giovani e sulle loro possibilità di praticarlo. Questo tema, con particolare focus sul calcio, è stato ieri al centro del dibattito nel corso dell’evento organizzato dalla Fondazione Magna Grecia dal titolo I Giovani e lo Sport al Sud: una sfida per il futuro del Mezzogiorno, tenutosi presso La Lanterna, in via Tomacelli, a Roma.

All’appuntamento, divenuto ormai annuale nell’ambito del progetto Sud e Futuri, che l’associazione no profit per la promozione e lo sviluppo economico-sociale dell’Italia ha fatto nascere nel 2019, hanno partecipato il presidente della FIGC, Gabriele Gravina, il presidente della Lega di Serie B, Mauro Balata, il presidente della Fondazione Magna Grecia, On. Antonio Foti e il presidente della Commissione Antidoping della FIGC Pino Capua. A moderare il dibattito il direttore del Corriere dello Sport, Ivan Zazzaroni. Era prevista anche la presenza del Ministro per lo Sport e i Giovani, Andrea Abodi. La sua defezione dell’ultimo minuto, per via di altri impegni istituzionali, non ha comunque impedito di mettere in primo piano quali siano le responsabilità politiche di una situazione sociale del paese, che sembra una fotografia di fine ‘800. I numeri impietosi sono invece di stretta attualità.

Nel mondo del calcio abbiamo circa 380mila tesserati al Nord, intorno ai 300mila nelle regioni del Centro e solo 112mila al Sud – ha esordito Gravina nel suo intervento – Un rapporto di 1 a 3 che è specchio della situazione infrastrutturale. Nel Mezzogiorno si contano un terzo delle strutture rispetto al Settentrione. I centri sportivi pubblici sono pochissimi e non ci va quasi nessuno. Anche per questo, tutti gli indicatori vedono il Meridione con basse percentuali di praticanti“.

Nel corso del dibattito è stato sottolineato che circa 22milioni di italiani, cioè più di un terzo della popolazione, ha difficoltà, se non l’impossibilità, ad accedere a impianti sportivi. A frenarne la realizzazione di nuovi ci sono i sempreverdi problemi di burocrazia e di limitate risorse economiche. Ma a far storcere il naso è più di tutto la mancanza di visione a lungo termine da parte delle istituzioni, in un paese dove un giovane su quattro non studia, non lavora, né è impegnato in un percorso formativo. Balata, collegato in video dai suoi uffici a Milano, è del parere che “Lo sport avrebbe una funzione importantissima in questo senso ed è su questo che dovremmo insistere“. Invece si assiste ancora ai fenomeni di migrazione, per chi può permetterselo (molti dei tesserati delle società sportive del Nord provengono o hanno origini meridionali, ndr), o di completo abbandono dell’attività sportiva tanto quanto di quella educativa. “Migliaia di giovani finiscono in un territorio neutro della società, in cui non sanno dove andare“, fa notare il dottor. Capua.

Discorsi che sembrano provenire dal secolo scorso, è l’opinione condivisa all’unanimità nel dibattito, così come le risposte che si ripetono stancamente negli anni. “Servirebbero non solo infrastrutture – spiega ancora Balata – ma anche progetti di natura educativa, che consentano l’ingresso di figure professionali, nel calcio come in altri ambiti“. Per ottenere risultati però servirebbe soprattutto progettualità a medio-lungo termine. In uno stato dove governi e istituzioni cambiano linea politica d’indirizzo continuamente tutto ciò non sembra possibile. “Oggi il dibattito dei grandi club è su come ottenere la rateizzazione del pagamento delle tasse“. Battuta sarcastica fatta dai presenti, che allude tutt’altro che velatamente all’ennesima ricerca di un escamotage per rinviare un problema da parte di chi invece più di tutti, per mezzi e risorse, avrebbe la possibilità e il dovere di essere d’esempio per l’intero sistema.

Non mancano per fortuna gli esempi virtuosi da cui poter ripartire. A Palermo, ha raccontato Pino Capua, la Banca del Fucino ha deciso di investire nella riqualificazione di diversi impianti sportivi della città. C’è poi il centro tecnico della Reggina, divenuto negli ultimi anni un punto di riferimento per tutta l’area metropolitana di Reggio Calabria. Un’eccellenza quest’ultima che può essere battistrada per futuri interventi sul territorio, anche se si trova a convivere con paradossi di mala gestione come il palazzetto dello sport dello stesso capoluogo calabrese, chiuso da anni. Il monito che, in chiusura, ha lanciato di nuovo Gravina è quello di non ricadere sempre nei soli errori di scarsa lungimiranza. Non bisogna pensare di investire grandi capitali – come invece troppo spesso avviene soprattutto nel calcio, ma anche in altre realtà del paese – solo per ottenere il risultato nell’immediato: “Le infrastrutture non servono per creare campioni. Solo 1 su 5000 diventa professionista e 1 su 35mila arriva in Nazionale. Bisogna scegliere la politica dell’educazione dei giovani per creare presupposti che servano al paese. Una struttura serve per avere un’incidenza positiva sulla salute della società“.

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