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L'angolo dell'Éducateur

“Noi siamo Roma”, dicono essi. Io sono Laziale e rispondo così

Lazio, la rubrica "L'Angolo dell'Éducateur"

Lazio, la nuova puntata dell’Angolo dell’Éducateur con il derby alle porte.

– L’Éducateur –

“Per me il derby non esiste.” (Pinocchio)

Loro sono Roma.

Io no, invece. Ho sempre faticato a definirmi in una categoria, identificarmi in una parte politica, in un genere letterario o cinematografico, in un tipo preciso di musica, in una caratteristica antropologica o astrologica.

Vivendo da tantissimi lustri lontano da dove sono nato, quando mi chiedono di dove sono, io rispondo che “sono di Roma”, difficilmente dico “sono romano”. “Sono di Roma” in quanto appartengo a Roma, come appartengo a mia madre. “Sono romano” è una considerazione poco pertinente, come ha poco senso dire che sono mia madre.

“Noi siamo Roma”. Lo avevo notato nelle immagini del sottopassaggio dell’Olimpico quando essi giocano in casa. Mi ha colpito, come bere un caffè in cui hai scambiato sale per zucchero, nelle immagini dell’inaugurazione di non so quale loro edificio alla presenza del potere nazionale e locale.

Loro sono, io no. L’unica etichetta che mi lascio incollare addosso è che sono Laziale. Un Laziale che non rappresenta Roma, che non è Roma. Nessun Laziale è Roma.

“La prima squadra della Capitale” è un semplice dato di fatto. Non è, per me, un giudizio qualitativo. Affermare di essere Roma comporta escludere che lo possano essere altri. È la negazione dell’esistenza dell’altro. È appropriazione indebita. È occupare spazio, saturare l’aria di prepotenza e mitomania. È la differenza di approccio e di stile tra noi e loro.

Paradossalmente, invece, è la dimostrazione più forte di quanto ci siamo, di quanto siamo presenti nei loro sogni buoni e nei loro incubi peggiori.

“Noi siamo Napoli” non credo lo vedremo mai in uno striscione al San Paolo, a meno di voler costringere La Palice a contorcimenti fastidiosi. Immagino una delle 6/7 squadre della capitale del Regno Unito incidere su una loro sede la scritta “We are London”, immagino ombrellate e humour come se piovesse.

Hanno nostalgia imperiale, esigenza di identificarsi in un passato di egemonia e conquiste. Che intanto di pallone trattano e trattiamo, e, a voler essere pignoli , di quell’Impero sarebbero condominio o al massimo rione, manco provincia. Hanno bisogno di urlare “Roma è nostra”, come un bambino capriccioso, perché sanno che non lo è mai stata, che non lo sarà mai. Ma è un urlo comunque fastidioso, odioso, rancoroso, bellicoso. La cosa grave è che lo urli la società, non solo i semplici tifosi.

Una società di proprietà americana e di una banca nata dall’unione di istituti bancari prevalentemente del nord Italia. Ma ci dicono che sono Roma. Ce lo dicono con una conventio ad excludendum tenuta con il potere politico e con il potere mediatico.

Loro sono, io no. Sono solo Laziale. Probabilmente lo sono proprio perché essi esistono. La Lazio, la mia Lazio, nasce nel 1927. Siamo coetanei quindi. Nasce nel momento in cui si oppone a un’operazione di potere. Nasce nel momento in cui cercano di annullarne l’esistenza, nasce nel momento in cui hanno affermato: “Ma noi siamo Roma…”

Sto imparando, con fatica e combattendo la mia intolleranza, concentrata tutta nell’ambito della passione calcistica (per il resto, la tolleranza mi è amica fidata), che la Lazio non è mia, che io non sono La Lazio quanto la Lazio non è Roma. Che ciascuno vive l’amore per la Lazio a modo suo.

Una cosa, però, ci deve tenere uniti, su una cosa dobbiamo essere una voce sola, dobbiamo avere un sentire comune e condiviso: l’orgoglio di non essere “loro”, di essere altro da loro. Di essere piccola patria, di aver scelto una “parte”, quella più scomoda, di non aver lasciato che ci scegliessero.

Ecco perché SoloLaLazio è il grido di battaglia che più amo. Nessun verbo possessivo. Non siamo la Lazio. È la Lazio che ha noi, siamo roba sua.

SoloLaLazio. Sempre.

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