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Cragnotti a Repubblica: “Così ho portato la Lazio sul tetto del mondo”

14 maggio 2000, Cragnotti ed Eriksson: "La Lazio sul tetto del mondo"

Nello speciale che Repubblica ha dedicato oggi alla Lazio per i 120 anni, il nostro direttore Giulio Cardone ha intervistato Sergio Cragnotti.

Uno speciale su Repubblica racconta i 120 anni della Lazio. Foto, aneddoti, retroscena, dai pionieri fino ai giorni nostri. Il nostro direttore Giulio Cardone ha intervistato Sergio Cragnotti, il presidente più vincente di sempre che ha portato i biancocelesti “sul tetto del mondo.” Di seguito ne proponiamo un estratto.

Nato proprio il 9 gennaio, l’ex patron, che portò il secondo scudetto e altri 6 trofei in 11 anni, rilevò la società da Calleri nel ’92. Da lì iniziò “un lungo film emozionante e bellissimo, con tanti colpi di scena“.

Fu una trattativa complicata?

No, fu una cosa improvvisata, sorprendente, mica studiata per chissà quanto tempo. Fu mio fratello Giovanni a convincermi“.

Tra i primi acquisti ci fu Gascoigne

L’acquisto di Gazza rappresentò per la Lazio un salto di qualità dal punto di vista del marketing. Per la prima volta la maglia biancoceleste era presente negli store delle squadre inglesi. Gascoigne rese la Lazio famosa nel mondo“.

Figura importante durante l’era Cragnotti fu Dino Zoff. L’ex presidente ne parla così:

Era il simbolo della Lazio, rappresentava i valori di questa società. Io lo vedevo come figura di riferimento nella Fifa. Però lui preferiva il campo. Non era ambizioso, lo considero un limite per lui, ma il suo contributo nella Lazio è stato fondamentale“.

Beppe Signori, idolo dei tifosi

Con lui iniziò l’escalation della mia Lazio verso i vertici del calcio italiano. Mi dispiace che la sua storia con la Lazio sia finita male. Il giorno della cessione, lasciò la sede di via Novaro da un’uscita secondaria, nascosto sotto una coperta nei sedili posteriori di un’auto: assurdo. Per quello che ha dato alla Lazio, meritava ben altro addio“.

Già in precedenza c’era stata una sollevazione quando sarebbe dovuto andare al Parma

Sì, l’operazione era conclusa ma successe un putiferio, migliaia di tifosi in strada, ho dovuto rinunciare. A Roma la piazza ha sempre tentato di condizionare le scelte della società. D’altronde va considerato che la tifoseria laziale era reduce da anni difficili, voleva godersi il campione e non era pronta per capire la mia strategia delle plusvalenze. Ora non si parla d’altro e le realizzano tutti i club, ma allora erano una novità assoluta“.

Con l’acquisto di Vieri rovinò la serata all’amico Franco Sensi

Allora le trattative non duravano sei mesi come adesso, con gli intermediari e il resto. Una mattina mi chiamò il direttore generale dell’Atletico Madrid. Mi disse che avevano bisogno di vendere Vieri. Alle 20 dello stesso giorno era tutto fatto. Il mio amico Franco Sensi non la prese bene. La notizia gli rovinò la presentazione della Roma quella sera. Mi chiamò il giorno dopo con la voce affranta: ‘Sergio, questa non me la dovevi proprio fare’. Ma non l’avevo assolutamente fatto apposta“.

Proprio con l’amico-rivale, presidente della Roma, si innescarono un sacco di duelli di mercato. Tra cui quello per Batistuta.

Il centravanti della Fiorentina voleva venire da noi, era un pallino del ds Governato. Ma Sensi offrì una cifra altissima. Poi quell’anno vinse lo scudetto. Perché nel calcio funziona così: i grandi obiettivi si raggiungono solo con i grandi giocatori, altro che storie“.

Ma la delusione più cocente, ammette Cragnotti, è stata quella per Ronaldo, il fenomeno.

Io lavoravo da anni in Brasile, conoscevo tutto e tutti, per tanti mesi (quella volta sì) portammo avanti la trattativa con i procuratori: il fuoriclasse era praticamente preso quando arrivò Moratti e convinse Barcellona e agenti con cifre impossibili da contrastare. Peccato“.

Nell’estate ’97, la svolta con Eriksson e Mancini.

Il ds Governato in realtà come allenatore voleva Ancelotti. Lo chiamammo, ma ci disse che lui, ex giallorosso, non si sentiva di passare dall’altra parte del Tevere, lo avrebbe vissuto come un tradimento. Allora puntammo su Eriksson e fu la nostra fortuna. Lui e Mancini cambiarono quella mentalità fatalista, molto provinciale, che c’era nella Lazio fino a quel momento“.

Così nel 2000 arrivò lo scudetto.

Ma lo avremmo meritato già l’anno prima: il titolo ’98-’99 ci fu scippato dal Milan, fummo clamorosamente penalizzati dagli arbitri. Un furto, proprio“.

La delusione più grande, invece?

Quella Lazio doveva fare meglio in Champions League. Aveva ragione Eriksson: dopo lo scudetto, mi disse che la squadra andava cambiata tutta. Questione di motivazioni. I calciatori non affrontarono quella competizione con la giusta fame“.

La Lazio fu la prima società di calcio quotata in borsa.

Sì, dal 6 maggio ’98. Ho anticipato l’evoluzione naturale dei principali club di calcio, che ormai sono degli asset patrimoniali da valorizzare per soddisfare le aspettative degli azionisti. Il risultato economico conta più di quello sportivo. La Premier in questo comanda da anni“.

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