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Editoriali

Addio Pablito, eroe azzurro e simbolo di riscatto per intere generazioni

di Antonello Ferroni

“Era l’anno dei Mondiali quelli del ’66, Paolo Rossi era un ragazzo come noi”.

Se n’è andato anche lui, Pablito, all’improvviso per tutti perché soltanto i più stretti familiari sapevano del suo male incurabile, e inevitabilmente siamo più soli. Perché Paolo Rossi siamo tutti noi, chiunque abbia vissuto quei giorni e quei momenti irripetibili. La sua scomparsa ha colpito al cuore l’intero network, il circuito Tifosi in rete con tutte le redazioni dei portali collegati che adesso sente di dover esprimere il più profondo cordoglio per un’altra perdita incolmabile. L’eroe azzurro del Mundial di Spagna ’82 è scomparso nella notte a soli 64 anni lasciandoci tutti più soli.

Ragazzo per bene, nativo di Prato, aveva un nome ordinario e per questo forse tutti noi lo abbiamo ancora più caro, simbolo del riscatto dell’uomo qualunque, vero fautore del sogno italiano in onore ad una carriera e una vita straordinarie. Fisico gracile e gambe fragili, ciononostante puntuale come il destino zona gol, una intelligenza e ad un tempismo sottorete senza pari, Rossi ha rappresentato per anni il coronamento del sogno dei ragazzi qualsiasi di tante generazioni, salendo sul tetto del mondo nella maniera più inattesa e per questo più bella, rinascendo dalle ceneri come l’araba fenice. Dopo gli inizi balbettanti con la bocciatura da ragazzo nella Juventus, nonostante la segnalazione del grande Italo Allodi e il debutto in bianconero, era destino che la sua leggenda nascesse in provincia, a Vicenza, dove esplode strepitoso cannoniere, vincendo prima la classifica marcatori della serie B e poi quella della A in rapida sequenza nella stagione successiva, inducendo il compianto Enzo Bearzot a convocarlo per i Mondiali in Argentina. In quell’Italia giovane, bella, fresca e immatura ma capace di piazzarsi tra i rimpianti al quarto posto, Rossi si distingue insieme a Cabrini come il nuovo astro del nostro calcio.

Al suo nome sono legate le prime grandi aste del nostro calciomercato, le prime cifre miliardarie, le prime polemiche sugli ingaggi. Ad aggiudicarselo, clamorosamente, è il Perugia dei miracoli di provincia, giunto appena secondo alle spalle del Milan e voglioso di lottare per lo Scudetto grazie ad un presidente geniale come D’Attoma che per portarselo a casa si inventa addirittura la sponsorizzazione. Un’idea che di lì a pochi anni avrebbe rivoluzionato il Calcio. A Perugia però le cose non vanno bene: viene accusato di aver truccato la partita di Avellino (nella quale firma una doppietta), e viene squalificato dalla CAF per due anni, perdendo così anche la possibilità di partecipare con la nazionale all’imminente campionato d’Europa del 1980 in Italia. Bearzot è tra i pochi a credere nella sua innocenza e lo convoca nell’82, regalando così alla Nazione una delle gioie sportive e sociali più grandi che la nostra storia ricordi.

Uno, due, tre: alzi la mano chi non ha negli occhi, nella mente e nel cuore i goal rifilati da Pablito al grande e favoritissimo Brasile in una delle partite più belle della storia del calcio, contro una delle squadre più forti di sempre. Ciao Zico, il Brasile piange e Davide sconfigge Golia. È una tripletta che segna la metamorfosi dopo i due anni di fermo e le prime gare deludenti, lo scetticismo della stampa. Ma da lì inizia una cavalcata trionfale: la doppietta all’Argentina, la rete nella finale alla Germania, i caroselli, Pertini, quella Coppa alzata sotto il cielo di Spagna e il sorriso da bravo ragazzo che esulta, incredulo di essere lì, proprio lui, proprio in quel momento a realizzare i sogni di tutti. A riconciliarlo con un Calcio che lo aveva accusato, condannato e dal quale si era detto ‘schifato’. Il Mundial lo consegna alla leggenda, torna alla Juve e inizia la sua carriera da stella. Non è più un Paolo Rossi qualsiasi, ha conquistato il mondo. Qualche stagione ai massimi livelli, in bianconero poi il Milan e chiude la carriera al Verona con un palmares che conta non solo il Mundial ma due Scudetti, una Coppa Italia, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa, una Coppa dei Campioni (quella maledetta all’Heysel) , due titoli da cannoniere, una Scarpa d’Oro, un Pallone d’Oro, il meritato ingresso nella Hall of Fame del Calcio. E un eterno posto d’onore nel nostro immaginario popolare. Ciao Pablito.

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