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Lazio, il cuoco Giocondo in pensione: “I segreti della crostata, Lotito…”

Lazio, Giocondo è stato padrone della cucina dal 1999. Nei giorni scorsi è andato in pensione

“Il mio risotto e la crostata per far vincere la Lazio”. Giocondo Ruggeri, dal 1999 cuoco della Lazio, è andato in pensione pochi giorni fa. E si è concesso a una lunga intervista su Repubblica, raccontando aneddoti e curiosità di Formello. “La mia crostata di speciale credo abbia la pasta frolla. Di solito le pasticcerie la cuociono poco, io invece la rendo un biscotto. Poi ne stendo poca, perché fa male ai giocatori, che devono mangiare marmellata. Quando andiamo in trasferta e incontriamo un ragazzo che ha giocato alla Lazio mi chiede se ho un pezzo di crostata”. Alla Lazio Giocondo ci arrivò nel 1999: “Lavoravo in aeroporto a Fiumicino e Cragnotti aveva in gestione tutti i locali lì. Chiamò il mio direttore e gli chiese un cuoco per accompagnare la Lazio nelle trasferte. Fa il mio nome e mi preannuncia la chiamata di Cragnotti. “Vai a quel paese, non è vero”, risposi io. Invece era vero e feci il mio esordio a Maribor. Nel 2003 Mancini mi volle fissò a Formello”.

Un anno dopo arrivò Lotito: “Eravamo in Giappone e nessuno lo conosceva. È una persona molto alla mano, scherza sempre. Sul cibo, poi, non ha pretese. Solo nei periodi in cui è a dieta, mangia insalate o altre verdure, oppure frutta. Ma si è sempre accontentato al contrario di altri presidenti che fanno richieste fuori dal mondo ai miei colleghi. Lotito, al massimo, fa un po’ di ritardo”. Sui pasti della squadra: “Facciamo un buffet dove c’è tutto. Ovviamente alimenti per professionisti, non amatriciana. C’è sempre carne bianca, verdure, pesce. I giocatori sanno cosa devono mangiare e sono responsabili. Prima delle partite mangiano sempre il risotto alla parmigiana. Qualche nutrizionista ha provato a eliminarlo dalla dieta, ma nessuno era contento”.
Speciale il rapporto tra Giocondo e Inzaghi: “Siamo arrivati quasi insieme, lui nel ‘98 e io nel ‘99. Ne abbiamo passate tante, è come un figlio. Anche se non ha rispettato una promessa che mi fece. Quando era giocatore già diceva che voleva fare allenatore e mi disse: “Ricordati il giorno che sarò in finale di Champions da allenatore, sarai mio ospite”. Quest’anno ci è arrivato, ma non sono stato invitato. Il rapporto è rimasto ottimo, mi ha chiamato quando ha saputo che andavo in pensione”. E su Sarri: “Lo apprezzavo già da prima, era uno dei pochi allenatori che non diceva cose scontate. È persona vera, anche il suo staff è fantastico, però non gioca a carte. Con lui, e le sue sigarette, ci facciamo tante chiacchierate di sera”.
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