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Editoriali

Italia – Macedonia, la vittoria della semplicità

L’Italia perde contro la Macedonia nei play-off di qualificazione a Qatar 2022 giocando in maniera sterile e inefficace.

Italia – Macedonia è stata la vittoria del calcio sulla mitizzazione di una logica distorta del gioco. È stata la pietra tombale sulla ricerca spasmodica, a tutti i costi, di uno pseudo-spettacolo impostato sul possesso palla e il voler entrare in porta con tutta la sfera. Un sistema che è andato a soccombere miseramente contro la banalità del catenaccio e contropiede. La partita del Barbera è stata l’ennesima riaffermazione del fatto che spazzare via o calciare da lontano non è vietato. Che un normale gioco impostato sulle ripartenze, anziché sul dribbling a rientrare verso il centro, non è roba vecchia, da sfigati.

Italia – Macedonia è stata il disfacimento di un’insensata idolatria – tutta italica – verso un feticcio chiamato bel gioco, la cui indefinita entità ha ormai pervaso ogni ganglio delle menti degli allenatori, che aspirino ad avere una possibilità sul palcoscenico calcistico nostrano. Come se la bellezza fosse un concetto assoluto. Perché nel calcio che si vende oggi se fai meno del 70% di possesso palla nella metà campo avversaria non hai meritato la vittoria (ammesso che arrivi, ndr). Se non imposti il gioco dal basso, con i fraseggi corti, non sei nessuno. Se non schiacci l’avversario circondandolo vuol dire che ancora pensi ad anticaglie come l’ala che crossa e il centravanti che segna. Che vecchiume. Che noia.

Oggi non va più di moda. Anche se difronte hai una muraglia umana, che non si lascia irretire – perché per sua natura è ferma e compatta, studiata apposta per bloccare nella propria densità i tentativi di sfondamento –  non esiste la possibilità di provare una cosa diversa dal giro palla (per giunta lentissimo, ndr). Si deve cercare l’uno-due nello stretto anche se in un fazzoletto di campo ci stanno 6 maglie avversarie. Bisogna fare lo spettacolo. O almeno convincersi di provarci. Anche se in realtà quello che si vede – ma questo succede ormai da tempo e un po’ ovunque, non certo solo ieri sera – è solo un pietoso tentativo di emulare dei principi che solo alcuni (pochissimi), con determinate caratteristiche, in precisi contesti e momenti storici, hanno saputo mettere in pratica. E non certo perché li studiassero a loro volta a tavolino. Ma perché erano naturalmente in grado di farlo, in scioltezza.

Ieri sera infatti ha vinto ancora una volta la semplicità, che invece è oggettiva eccome. Ha avuto ragione chi ha saputo riconoscere i propri limiti, pochi o tanti che fossero, e sfruttare le proprie caratteristiche e le capacità di tutti gli elementi, senza sacrificare quelle di nessuno. Ieri sera ha vinto chi non si è appiattito su un’idea, che palesemente non stava funzionado. Ieri sera ha vinto chi ha fatto in maniera ordinata e facile l’unica cosa che poteva fare.

Al contrario, ha perso chi, pur avendo maggiori possibilità di scelta tecnica, più qualità nei singoli, ha preferito insistere nella rincorsa di qualcosa di tanto effimero quanto, alla prova dei fatti, totalmente inutile. Ha perso, per di più in maniera beffarda, chi ha scientemente limitato le proprie potenzialità, non giocando le proprie carte al meglio, per abbandonarsi all’illusoria convinzione di poter sfinire l’avversario solo palleggiandogli addosso. E nel farlo ha dimenticato una cosa tanto elementare, quanto fondamentale. A pallone si gioca per fare gol. A pallone vince chi fa gol. Con rammarico e infinita delusione, quindi, grazie Macedonia, per aver ricordato a tutti, di nuovo, la genuinità di una cosa semplice. Una cosa come il calcio.

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