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Diaconale, le motivazioni per Torino: da San Crispino a Ferraris

Diaconale attacco a Malagò: "Si parla di etica ma non capisco il filo logico"

Nella sua rubrica social “il taccuino biancoceleste”, Arturo Diaconale ha parlato oggi delle motivazioni in vista di Juventus – Lazio

Arturo Diaconale, portavoce della Lazio, per il consueto appuntamento con la sua rubrica social “Il taccuino biancoceleste”, ha postato su Facebook il suo pensiero sulle motivazioni che avranno i biancocelesti nella sfida di domani.

Ci sono due diverse ragioni che vanificano la tesi di chi sostiene che la Lazio si appresti ad affrontare la trasferta di Torino con la Juventus senza alcuna motivazione.

La prima è che a sostenere la tesi dell’assenza di motivazione a causa del mancato aggancio per la disfida dello scudetto sono gli stessi che da sempre hanno dubitato della effettiva possibilità della squadra biancoceleste di rappresentare l’alternativa per lo scudetto alla supercorazzata bianconera e non hanno mai mancato di alimentare un clima di sfiducia e di pressione mediatica negativa attorno ai ragazzi di Simone Inzaghi ed alla società di Claudio Lotito. Ma, accanto a questo pregiudizio antilaziale, c’è una seconda ragione molto più importante. Chi nega l’esistenza di motivazioni scambia i giocatori per pedine del Subbuteo o per robot e non tiene nel giusto conto che per chi è stato protagonista della sfida alla prima potenza calcistica nazionale e in una rincorsa bloccata da fattori ancora da definire, essere lunedì sera a Torino costituisce un riconoscimento di fatto del lavoro svolto e di una impresa che comunque entrerà nella storia della società biancoceleste.

Quella di lunedì non segnerà la battaglia di San Crispino della Lazio, ma darà a chi vi parteciperà, come disse Enrico V ai reduci di quello scontro, la possibilità di raccontare per il resto della loro esistenza di aver partecipato da protagonisti all’ultima sfida ai padroni del campionato e di accreditarsi come i possibili sfidanti del prossimo.

Le motivazioni, dunque, ci sono. E se venissero meno non c’è altro da fare che richiamarsi agli spiriti indomiti dei modelli del passato. A Giorgio Chinaglia che non partiva mai battuto ed a quel Ferraris IV che prima di ogni partita faceva recitare ai compagni la famosa regola della plebe romana: “Dalla lotta chi desiste è davvero un uomo triste, chi desiste dalla lotta è un gran figlio di una mignotta”.

Senza troppa retorica e senza offendere madri e figli, però, si può dire che l’impresa non è del tutto impossibile. Si è già verificata più volte nel corso della stagione. E perché non anche adesso?

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