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Luis Alberto, l’idolo ‘normale’ che ha saputo reagire alle difficoltà

Lazio - Bologna, Luis Alberto il migliore nelle pagelle dei quotidiani sportivi

Luis Alberto sempre più centrale nel mondo Lazio: la nostra amica Chiara Hujdur, giovane giornalista, ha scritto per noi questo bel pezzo sul Mago

Quanti bambini sentiamo, oggi, dire: “Messi è il mio idolo”. Quante volte noi stessi, magari da bambini, abbiamo chiamato il nostro calciatore preferito “idolo“‘? Ma analizziamo la parola: digitandola su internet la prima definizione che ne viene data da Google è  “oggetto o immagine a cui si attribuiscono caratteri e poteri divini”. Sì perché nell’immaginario collettivo un giocatore di pallone appare come un’immagine, più che come una persona, da ammirare da lontano. In una posizione di privilegio estranea a noi, al nostro stile di vita, ai problemi comuni. Eppure dimentichiamo spesso che il calcio non è altro che un gioco di incastri di storie personali, come quelle di tutti noi. Storie come quella di Luis Alberto lo possono testimoniare.

Oggi Luis a Roma sembra aver trovato il suo habitat ideale: gioca bene, si intende a meraviglia con i compagni, sforna valanghe di assist (13 quest’anno in A) e risulta spesso decisivo. Mai come quest’anno ha mostrato di saper dare continuità a prestazioni di alto livello, azzerando critiche e mugugni di chi non credeva più in lui dopo una stagione sottotono (quella dello scorso anno), in cui in realtà Luis ha convissuto con un infortunio che non gli ha permesso di raggiungere la forma fisica ottimale. Dietro al giocatore che è ora c’è, però, una persona che ha fatto fatica ad esprimersi e ha dovuto fare i conti con i fantasmi della propria mente: nel 2017, anno in cui si è fatto conoscere dal calcio italiano, ha confessato di aver in precedenza pensato al ritiro perché sfiduciato e non più sicuro dei suoi mezzi. Nel calcio ai massimi livelli, se vuoi diventare qualcuno, il talento non basta se non sei sorretto da forza mentale, spirito di sacrificio e ambizione: come d’altra parte funziona in molti ambiti delle nostre vite. Qualcuno potrebbe controbattere che, in fin dei conti, una volta scalati i vertici del professionismo e raggiunta la stabilità economica che ti sistema per la vita, non hai più nulla da chiedere alla tua carriera e non vale la pena rammaricarti per non essere uno dei volti simbolo della squadra. Ma è proprio questo il punto. É quando hai raggiunto l’apice che subentrano le difficoltà: nel trovare nuovi stimoli per faticare tutti i giorni su un campo di allenamento quando hai già tutto, per esempio. In realtà, anche se la vita ti ha già offerto tutto, puoi sempre compiere uno step in più per migliorarti e perfezionare qualcosa di te stesso, come ha voluto fare Luis. Non tutti i giocatori, però, ne hanno la forza o la voglia. La vita del calciatore è fatta di disciplina e rigore e molti non riescono, o non vogliono, adeguarvisi. Ecco che passare da grande promessa a precipitare nell’oblio è un attimo e il talento lo bruci in un batter d’occhio.

Luis Alberto ha scritto una storia diversa però. Lui ha sentito di avere un conto in sospeso con sé stesso, un potenziale che non meritava di rimanere chiuso nel cassetto. Così, nel momento più critico, ha preso le redini della sua carriera in mano e ha chiesto aiuto ad una persona, il mental coach Campillo. Ha intrapreso un percorso terapeutico fondamentale per alleviare le pressioni psicologiche, lavorare sulle motivazioni e fissare nuovi obiettivi personali. “Luis pensava di non essere più in grado di fare il calciatore”, ha spiegato nell’ottobre 2017, durante la prima grande annata in biancoceleste dello spagnolo. A riconferma che se la testa non assiste il tuo corpo, anche questo smette di funzionare. I nostri blocchi mentali sono un limite che possono essere superati, ma necessita dell’intelligenza nel prenderne coscienza e nel ricercare la forza di volontà per affrontarlo. Allora Luis si è rimboccato le maniche, ha lavorato duramente su se stesso e con il mental coach ha fissato i suoi obiettivi.

A distanza di tre anni i dati sono questi: è primo nella classifica degli assist-man in Serie A, quinto nella stessa graduatoria a livello europeo (a pari merito con un certo Leo Messi), 4 gol e tanta, ma tanta qualità in campo. Ah, con un campionato ancora da terminare che vede la Lazio a un passo dalla vetta: questo anche grazie alla sua presenza in campo.

Direi che il test sia stato superato a pieni voti. Chissà se il “Mago”, come lo chiamano ora i tifosi biancocelesti, in quel lontano 2017, si sarebbe aspettato di arrivare dove è ora. Ecco, Luis Alberto non è uno di quei classici top player con innata personalità e smisurato ego (alla “Ibrahimovic” per capirci), uno di quegli Dei del calcio che assomigliano a simulacri intoccabili. Mi piace piuttosto considerarlo come una persona che ha saputo affrontare e superare le sue fragilità, trovare nelle avversità gli stimoli per cambiare e migliorarsi, come tutti noi. Insomma, un “idolo normale”.

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