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Chi sarebbero le vittime di uno stop al calcio? (puntata 1)

Alle porte della Fase 2, in giorni di forti discussioni sul prossimo futuro del calcio italiano, scopriamo chi sono le persone che rischiano il lavoro.

Il calcio italiano è difronte a un bivio. Chiudere qui la stagione, e mettere in discussione anche l’inizio della prossima, o provare a ripartire, convivendo con il Coronavirus, al pari di quanto faranno le altre aziende e industrie del paese.

Una scelta che, in ogni caso, avrà delle conseguenze. Si parla di un indotto che coinvolge oltre 100000 persone. La battaglia tra tutela della salute e dei posti di lavoro si gioca soprattutto sulle loro spalle.

Ma chi sono veramente? I calciatori, certo. Gli allenatori e gli staff tecnici, ovviamente. I membri e i dirigenti delle società, anche. Chissà perché però, quasi mai si nominano, all’interno degli ingranaggi di un sistema che muove 5 miliardi di fatturato all’anno, quelle rotelle meno visibili del settore dei servizi legati all’evento sportivo in sé.

Hostess, ristoratori, camerieri, addetti all’accoglienza o alla sicurezza. E proprio da questi ultimi, partiamo alla scoperta delle loro realtà, minacciate dal possibile stop definitivo.

Gli Steward

Abbiamo parlato con due steward dello stadio Olimpico. Si chiamano Paolo e Guido. Entrambi in servizio da diversi anni. Il primo ha iniziato nel 2009. Il secondo addirittura nel ’95, quando ancora era un’attività quasi di volontariato, più che un vero e proprio lavoro.

“La realtà è che già se si dovesse riprendere a porte chiuse, molti di noi comunque non lavorerebbero – ci hanno rivelato – Perché sarebbero sufficienti poche decine di unità per presidiare tutto l’impianto”. 

Per tanti si tratta di un secondo impegno. Un arrotondamento delle entrate, che a fine mese fa comodo. Si parla di circa 200 euro in più, grosso modo. Ma ci sono alcuni che lo fanno come attività principale. Per arrivare a mettersi in tasca cifre che consentano di sopravvivere, ci spiega uno dei due intervistati, capita a volte che facciano servizio anche a due eventi nello stesso giorno. E non sono pochi quelli che si spostano in trasferta per vari stadi d’Italia.

Parecchi che stanno qui all’Olimpico vengono da fuori. Fanno questo di mestiere. Capita anche che stiano via di casa per diversi giorni di fila. Tra serie A, B, C, e magari qualche concerto o altri eventi con grosso afflusso di pubblico. Per loro fermare il calcio vuol dire veramente non avere più un lavoro“. E qui al danno si aggiunge anche la beffa. “Per lo stato noi figuriamo come occupati, ma in realtà lavoriamo solo in singole giornate. È un lavoro a chiamata, occasionale. Ma siccome abbiamo un contratto, nelle statistiche non siamo tra i disoccupati. Perciò, in questo periodo, al livello di sussidi, risulta che noi riceviamo un certo tipo di trattamento, ma di fatto ci viene dato praticamente nulla, perché le ore effettive normalmente lavorate in un mese sono poche“.

Per Guido e Paolo il problema è meno grave: entrambi svolgono un’altra professione nella vita. Ma pure loro, confessano, hanno comunque dovuto fare i conti con un introito in meno. Il che, in alcuni casi, può non essere così leggero da ammortizzare.

“Prendiamo l’esempio di un nucleo familiare di 3 persone. Se tutti fanno gli steward, e vi garantisco che non sono poche le famiglie che lo fanno, ma solo uno dei due genitori ha anche un lavoro fisso, al livello teorico risulta che abbiano un reddito tutti e tre, ma di fatto oggi vivono con un solo stipendio, magari pure basso”.

Una cosa è certa. Il Coronavirus non sarà debellato nelle prossime settimane. Quindi: quali soluzioni saranno previste, in caso di stop definitivo, per le esigenze di questi lavoratori?

 

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