A Lotito diamo le colpe sbagliate

Lotito Lazio

A firma de “Il Simpatizzante”

Abbiamo appena festeggiato venti anni di Lazio sotto la gestione di Claudio Lotito, Presidente e leader maximo della società biancoceleste. Festeggiato forse non è la parola giusta. Perché le colpe che i tifosi avanzano al Presidente sono tante, ma non sono quelle giuste.

Venti anni di speranze, polemiche, critiche ma soprattutto di proteste di larga parte della tifoseria laziale che spesso è arrivata ai ferri corti col Presidente. Un Presidente che è stato accettato nella fase iniziale ma mai amato, nonostante la sua era rischi di essere la più proficua della storia della società. Ma capiamone i motivi.

Le principali accuse sono relative al mercato, alla mancanza di rapporto emozionale con la piazza, ai risultati scadenti e ad un atteggiamento ostile che troppo spesso ha mancato le promesse pavoneggiate nelle pittoresche interviste. Partiamo da quest’ultima, che trova d’accordo tutti. Lotito molto spesso ha avuto un atteggiamento di superiorità, indisponente e con dichiarazioni “Ferrari style” che hanno fatto borbottare tifosi e allenatori.

Come dimenticare la Ferrari che era stata data in mano al povero Inzaghi oppure il biglietto da visita per il Taty Castellanos: tanti proclami, che non hanno poi mostrato quanto decantato. Ma per gli altri punti, Lotito forse ha le sue ragioni. La Lazio in 124 anni di storia ha partecipato alla Champions League, ex Coppa dei Campioni, 8 volte di cui 4 nella gestione Lotito. Non male.

Nei 20 anni di Lotito, la Lazio è stata in Europa League per 11 volte, mancando la dodicesima proprio agli albori, con l’Intertoto (attuale Conference) nel 2005. Sommando le due competizioni, in 20 anni solo 4 sono stati senza coppe europee, due dei quali proprio agli inizi della gestione, quando la situazione era drammatica. Passiamo ai risultati.

Dal 1900 al 1997, la Lazio ha collezionato uno Scudetto e una Coppa Italia. Poi gli anni migliori, con Cragnotti. Ineguagliabili. Uno scudetto, due coppe europee, tre Coppa Italia, due Supercoppa Italiana. Da qui, con Lotito, sei titoli nazionali, senza scudetti, ma con una media di quasi un titolo ogni 3 anni.

Col bilancio sempre apposto, non con gli stipendi da pagare a campionato finito. E poi ammettiamolo, prima dell’era Cragnotti, la Lazio non era una società abituata a vincere. Oggi, possiamo dire che è all’ordine del giorno partecipare ad una finale. Allora parliamo della Lazialità, la critica più grande al Patron. Suonerà strano ma Lotito ha impostato molte delle attuali usanze rappresentative della Lazialità. Ha riportato Di Canio a Roma, con conseguente storico derby, ha vinto la Coppa Italia contro la Roma, ha rimodellato la maglia bandiera e ha “inventato” l’atterraggio di Olimpia prima delle partite.

E’ stato il primo, in questa città, a parlare di Flaminio. La differenza è che mentre a San Remo eravamo costretti a vedere gli hastag #famostostadio, del nostro di stadio se ne è sempre parlato troppo poco. Non sono questi simboli di Lazialità? Ma quali sono allora, le vere colpe di Lotito? Soprattutto negli ultimi anni, Lotito ha avuto la responsabilità di pensare di poter fare tutto da solo, magari anche part-time alternato ad una poltrona in Senato.

Nel tempo, ha spolpato lo spogliatoio di figure carismatiche come Lulic, Parolo, Radu. Smontato l’organigramma, prima con la perdita pesantissima di Peruzzi e poi con la partenza di Tare. L’ex ds potrà non piacere ma è stato il sergente di ferro che è mancato l’anno scorso, stagione in cui il “one man show” di Sarri era troppo debole per stare in piedi. Sarri ci ha provato, ha perso lo spogliatoio e come allenatore (per definizione) ha lasciato il progetto e le macerie.

Ah, dimenticavo, il tanto amato Sarri è stato preso e tesserato da Claudio Lotito. Ancora, Lotito ha la responsabilità di abbassare l’appeal della squadra. Poco merchandising, imparagonabile all’americana (anche se a volte grottesca) gestione della Roma. Hostess, mascotte, negozi, biglietti omaggio. La Roma è una macchina da marketing.

E la Lazio? Già numericamente siamo in minoranza, ma quale specchietto c’è per accaparrarsi le simpatie di turisti e nuovi tifosi? Nessuno. Senza parlare di un settore giovanile che solo oggi sta rinascendo, dopo anni drammatici, a differenza di quello giallorosso che ha riempito le squadre di A e B, oltre alla Nazionale. Insomma: Lotito non è un santo, forse non è nemmeno simpatico ed ha le sue colpe. Ma per il bene della Lazio, dobbiamo attribuirgli quelle giuste e non quelle che spuntano all’occhio ma in fondo sono stata la nostra forza in questi anni.

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