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Il tacco di Socrates: quella corsa di Inzaghi…

Seconda puntata del Tacco di Socrates. Oggi si parla dell’abbraccio di Inzaghi a Correa, dell’uomo del tifoso e del professionista.

Di Sandro Di Loreto

Confesso di aver provato, sul momento, un certo fastidio nel vedere Inzaghi perdersi negli abbracci del gruppo neroazzurro dopo il goal del vantaggio di Correa. Mi sono sentito ingannato e ingenuo, poi però tutto è passato.

Ho pescato nella memoria una lettura di gioventù, il capolavoro di Pirandello “Uno, nessuno e centomila”, dove il protagonista Vitangelo Moscarda, acquista man mano la consapevolezza che l’uomo non è uno, e che la realtà non è oggettiva, ma è il frutto del relativismo degli sguardi delle nostre molteplici dimensioni nel nostro relazionarci con gli altri e con le situazioni.

Come tutti noi Inzaghi è prima di tutto un uomo e come tale è frutto delle sue esperienze, su cui costruisce il suo modo di essere e di vivere. La passionalità con cui vive le cose fa parte della sua personalità, è la sua natura e questo prescinde dal suo essere tifoso.

L’uomo è il pilastro su cui poggiamo le nostre dimensioni e espressioni, tra cui anche quella dell’essere tifoso. Viviamo come siamo, per questo ho capito che quella gioia non ha nulla a che vedere con il tifoso, ma con l’uomo, che libera così le sue tensioni, le sue ansie, le sue gioie.

E come uomo Inzaghi vive il suo essere professionista, costantemente a contatto con il suo gruppo, sempre sotto pressione, obbligato a vincere per convincere e a dare sempre il massimo per rispettare il suo contratto ed i suoi nuovi tifosi.

Di scene così ne vedremo e non dovremo starci male (certo, se accadesse anche contro di noi…). Inzaghi ci vuole bene, come noi vogliamo bene a lui, anche se il modo come ci ha detto ciao non è stato degno della nostra bella, lunga e intensa storia insieme.

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