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Acerbi racconta: “Sono cambiato dopo la chemio. Promisi a Inzaghi di venire alla Lazio”

Ragusa su Acerbi: "Francesco è un professionista. Giocherà fino a 45 anni"

Acerbi svela un retroscena del suo trasferimento: “Inzaghi mi chiamò e mi chiese: “Vuoi venire alla Lazio? Sei il primo della lista, ti voglio!”. Risposi: “Ti prometto che verrò”.

Dalla chemio alla Nazionale, passando per l’arrivo alla Lazio e l’amore per Claudia. Sono stati tanti i temi trattati da Francesco Acerbi, ospite e protagonista della trasmissione “Tell me” in onda su Lazio Style Radio.

“Con me il Milan non ha sbagliato, mi è stato vicino, soprattutto Galliani. L’esperienza rossonera è andata male per colpa mia, ho sbagliato io ma non rimpiango nulla. Non avevo la testa per stare lì. Volevo arrivare, avevo molta motivazione, però volevo anche divertirmi. Avevo forza fisica, cattiveria, ero più bravo degli altri ed è bastato per arrivare al Milan. Poi è morto mio padre, sono successe altre cose e dopo aver raggiunto l’obiettivo vedevo solo nero. Così mi sono adagiato. La malattia mi ha fatto cambiare, non rimpiango quello che potevo fare in più”.

La scoperta della malattia e la chemio

“La scoprii durante le visite mediche di routine prima del ritiro, ero un po’ scioccato. La prima reazione? Ho fatto subito un giro in bici. La preoccupazione maggiore era per la famiglia: a mia madre, che era un po’ ansiosa, glielo ho detto solo dopo che mi sono operato. Tolto il testicolo, tolto il dolore. Poi durante le analisi antidoping mi dissero se avessi assunto dei farmaci per giocare, risposi di no ma capii che c’era qualcosa che non andava ancora, quindi dal gennaio 2014 iniziai la chemio. Mi dissero che sarei cambiato dopo la chemio ed è proprio quello che è successo. Piano piano dentro di me stava nascendo un nuovo Francesco: avevo voglia di giocare, nuovi obiettivi e voglia di mettermi in gioco. Non bevevo più, ho tolto l’alcool. Sono cambiate cose nella mia testa”.

La fede:

“Credo in Dio, stop. Ad altro non credo. Credo che qualcuno mi abbia fatto capire delle cose, poi se è Dio o mio padre morto che mi vuole bene da lassù, non lo so. Devo e voglio credere che ci sia lassù qualcuno che ci protegge”.

Scriverai un libro:

“Inizialmente non volevo scriverlo, anzi ci sono voluti più appuntamenti. Avevo detto di no, volevo farmi i cavoli miei, perché avrei dovuto pubblicare un libro? Ho avuto un tumore, stop, fine della storia. Poi però ho pensato che un libro potesse andare bene per fare beneficenza e perché essendo un calciatore potessi essere un riferimento per la gente che sta soffrendo e non riesce a reagire alle difficoltà. Le visite ai bambini malati? Ne sono andato a trovare talmente tanti che ora non mi fanno più impressione… Certo, ho sempre un po’ il senso di vuoto, però mi sono ‘abituato’. Tutto questo ti fa ricordare e capire i momenti difficili”.

L’arrivo alla Lazio:

“Ho provato forti emozioni. Andai a parlare con Tare, ma Inzaghi mi chiamò e mi chiese: “Vuoi venire alla Lazio? Sei il primo della lista, ti voglio!”. Risposi: “Ti prometto che verrò alla Lazio”. È stata una battaglia mai vista, ci messaggiavamo tutti i giorni con il mister. Sapevo che avrei fatto bene, ero sereno, consapevole di ciò che avrei potuto fare”.

Hai vinto subito la Coppa Italia:

“In campionato avevamo fatto meno delle nostre possibilità, ma in finale contro l’Atalanta ero convinto di poterla portare a casa. Me lo sentivo. Ci sono partite invece in cui non ho sensazioni positive e allora cerco di cambiare facendo qualcosa o avendo qualche attenzione in più. La vittoria in Coppa Italia fu meritata, avevamo fatto veramente bene nel percorso”.

La famiglia:

“Mia mamma Silvia è troppo importante per la mia vita, anche se non ci vediamo quasi mai. Ci sentiamo tutti i giorni, chiamate di routine.  Lei è molto più forte di me, ne ha passate tante tra mio padre e le mie storie, eravamo tre figli, ma ha sempre avuto forza e sorrisi. Va presa come esempio: è dolce e forte. Il “Leone” è stato anche un gran pirla (ride, ndr). La famiglia conta tanto, viene prima di tutto: è il legame più forte, ci credo molto. Non ci sono premi o regali per ringraziare loro, non saprei come fare. In pochi entrano a casa mia, sono quelli che ritengo opportuno e che lo meritano”.

La scomparsa del padre:

“Avevo 24 anni. Con lui avevo un ottimo rapporto all’inizio, poi non bellissimo, direi normale. Quando è scomparso avevo fatto poche partite in Serie A, da lì ho avuto la motivazione forte per andare al Milan, dove voleva lui. Con l’arrivo in rossonero poi per me era finito il mondo. Mio padre mi aveva messo sempre il pepe al culo. Scomparendo non avevo più il pepe e mi sono seduto. Da una parte mi ha aiutato ad arrivare, dall’altra non è stato proprio quello che volevo. Non voglio prendere alcune cose sue, credo che il genitore debba essere anche un amico. Lui non è stato totalmente così. Non sono mai riuscito a dirgli certe cose, pensavo al pallone e basta. Quando cresci poi trovi il coraggio di dire queste cose, comunque è stato un ottimo padre”.

La conquista della Nazionale:

“È sempre un’emozione rappresentare il proprio Paese, poi però fino a un certo punto. Io voglio giocare, se gioco sono più contento. Ci sono anche lì delle gerarchie, le ho sempre rispettate, l’importante è stare nel giro, poi mi creo da solo l’opportunità. Se lo fai costantemente prima o poi arriva la tua chance. Sono lì nel giro e me la gioco con gli altri: sono un titolare come Chiellini: è quello che volevo e che sto cercando di mantenere per disputare un mondiale o un europeo che sia. Non è facile, si è sempre sul filo, ma è una motivazione in più. Cerco di non sbagliare mai. Quando ci sono le pressioni mi piace, ovvio che si sentano, però capisci anche a che livello sei. Mi piace dare tutto in una partita di calcio. Non deve essere diverso tra Italia o Lazio”.

Su Parolo:

“È un bravissimo ragazzo, lo guardo molto, ha la testa a posto. Da titolare inamovibile è passato a essere un giocatore importante dentro e fuori dal campo, si è sempre allenato benissimo, si è fatto trovare sempre pronto. Parliamo spesso tra di noi. Quando stai bene di testa e a casa la differenza si vede, in campo ci vai ‘con la sigaretta’. Riesco a distinguere il calcio dalla vita privata, ma è normale che avere una serenità in più in casa può darti un valore aggiunto durante le partite”.

Cos’è la felicità?

“Penso la consapevolezza di fare il meglio che si può. Essere onesto, umile, con dei valori e dare tutto a testa alta. Avere una serenità interiore a prescindere da come vadano le cose. Alcune volte mi innervosisco anche io, ci sono momenti in cui vorrei ribaltare Formello ma conto fino a 150. Mi conosco meglio anche grazie al mio psicanalista e al mio mental coach. Ci sono cose che non mi piacciono di me, sono sensibile nella vita, non in campo. Per esempio nell’emotività con la ragazza e con le persone a cui voglio bene. Fin troppo. Vedo che c’è un divario totale tra quello a cui tengo e le altre cose”.

Il gol al derby:

“Se lo sono fatti da soli, con tutto il rispetto per la Roma. Non so perché, ero lì, ho dato una spallatina, poi il gol è gol sempre… Pensavo che lo avrebbero annullato, invece no. Loro quel giorno hanno fatto una partita devastante, noi abbiamo difeso bene ma fatto poco nella loro metà campo. Questo era il primo pareggio dopo tante vittorie, loro erano molto motivati. Noi siamo stati bravi a rimanere in piedi”.

La Supercoppa:

“La settimana prima avevamo vinto 3-1 in casa con la Juve, poteva andare diversamente in campionato. A Rihad volevamo vincere, abbiamo fatto tanto dal punto di vista mentale, non eravamo appagati della classifica di Serie A. Grande partita, non volevamo perdere. Eravamo noi, quelli che erano primi l’anno scorso. Abbiamo i giocatori per stare nelle prime tre posizioni, quando stiamo bene non c’è niente da fare per nessuno. Partivamo sul 2-0 per noi ogni volta. Siamo sempre dati un po’ per spacciati…”.

Immobile?

“Bel rapporto da subito, poi dal secondo anno è diventato ottimo. Quest’anno ancora di più. Ci diamo qualche bacino a pranzo come portafortuna, io lo chiamo ‘amore’ in campo, mai Ciro. Una volta ho urlato in campo “amoreeee” contro l’Inter e in Nazionale i giocatori nerazzurri mi chiesero “ma chi hai chiamato amore?”. Abbiamo un rapporto speciale, porta positività, lui ci tiene talmente tanto a stare qua e all’ambiente Lazio. Come me e tanti altri, ma lui ha qualcosa in più: vuole fare con tutto se stesso la storia”.

L’amore con Claudia:

“Ci siamo conosciuti al mare, poi siamo sempre stati insieme. L’anno prossimo ci sposiamo, sento che lei mi ha dato una serenità e una felicità importanti. È la donna della mia vita e lo sarà per sempre, con lei ho riscoperto l’amore totale. Le ho detto che sarà l’unica da qui alla fine, non mi innamorerò o starò più con un’altra che non sarà lei. Stiamo bene, anche lei ha un bel carattere, però la amo molto”.

Il patron Squinzi, scomparso di recente:

 “Con me è stato eccezionale, lui e sua moglie. Avevano una grande forza, ho avuto molte richieste per andare via dal Sassuolo, mi dispiaceva quasi, mi sembrava che gli stessi facendo un torto. Dovevo salvare il Sassuolo quasi per riconoscenza, non riuscivo a staccarmi dal Sassuolo e da Squinzi. Per venire alla Lazio ho chiamato lui, non ho mai litigato con loro o mai alzato la voce, ma gli dissi che era arrivata l’ora di cambiare. Chiesi di venirmi incontro. Ha capito la mia esigenza e mi ha lasciato andare, anche se non voleva”.

Cosa farai dopo la carriera?

 “Mi piace tenermi in forma, fisicamente e mentalmente, sarò sempre in movimento. Magari prima di smettere cercherò di fare l’allenatore coi vari cors. Vediamo come andrà: adesso penso solo a giocare in campo ma a il mio indirizzo penso sarà fare l’allenatore”.

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