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Ieri dicevamo…

Lazio, Olympia

Ieri dopo tre mesi la Lazio è tornata in campo. Ma il tempo trascorso non è stato solo una parentesi e non si può riprendere da dove si era rimasti.

Heri dicebamus scrisse Benedetto Croce a metà degli anni ’40. Un incipit con cui voleva racchiudere i vent’anni di dittatura e i 5 del secondo conflitto mondiale in una parentesi nell’evoluzione dello stato liberale. E allo stesso modo noi ieri, o meglio, a febbraio, dicevamo. Per settimane ci siamo ripetuti che contro il Covid si stava combattendo una guerra (paragone discutibile, ma tant’è). Ora tentiamo faticosamente di ritornare a dove eravamo rimasti. Considerando questi tre mesi di chiusura un inciso della nostra esistenza. Ma purtroppo, nel 1945 come oggi, questa è una mera illusione.

Ce lo ha dimostrato la Lazio ieri sera. L’avevamo lasciata 116 giorni fa (era dal ’45, appunto, che non passava così tanto tempo) prima in classifica, con una striscia di imbattibilità che durava da 21 partite. Gioco scoppiettante e brillantezza, che si rifletteva negli occhi ammaliati di chi la guardava giocare. L’abbiamo ritrovata ieri sera drammaticamente stravolta dalla fatica dello stop forzato.

L’illusione che tutto potesse riprendere da dove si era lasciato è durata circa quaranta minuti. Forse meno. Già i gol mangiati da Immobile erano un’evidenza fin troppo palese di uno stato di forma corale lontanissimo dai fasti invernali. Al gol del 3-2 di Palomino, tutti abbiamo dovuto ammettere la realtà dei fatti. Le conseguenze belliche della pandemia non possono essere relegate a semplice parentesi.

Ieri dicevamo di un gruppo compatto e coeso, che lottava per un sogno. Oggi lo diciamo ancora. Ma per ritornare a dove eravamo servirà uno sforzo enorme. Una specie piano Marshall come quello che risollevò il paese 75 anni fa.

Stavolta però bisognerà trovare all’interno le risorse per risollevarsi. Perché aiuti da fuori non ne arriveranno. Ponti aerei da nazioni alleate e amiche non sono previsti nel calcio. Le polemiche e le campagne mediatiche contro Lotito e il suo operato in Lega lo hanno oltremodo dimostrato. Ieri qualcuno diceva che la Lazio era fortunata, aiutata, con un presidente potente nei palazzi. Oggi hanno avuto quel che chiedevano. Ammettendo la veridicità di certe illazioni, adesso il destino e la sorte non arridono più alle aquile.

Ora, per prima cosa, serve mettere benzina nelle gambe per tornare a carburare come prima. Juventus, Atalanta e Inter, hanno già potuto accumularne tra Coppa Italia e recuperi. Gli uomini di Inzaghi, invece, avevano solo un’ottantina di minuti contro la Ternana in amichevole.

Ieri dicevamo del vantaggio di giocare una volta a settimana, mentre gli altri dovevano gestire gli impegni europei. Fingere oggi che lo stravolgimento del calendario non influirà è ridicolo. Si giocherà ogni tre giorni e quindi bisogna trovare il modo di gestire una rosa che già in autunno aveva dimostrato qualche carenza nel turn over massiccio.

Ieri però dicevamo anche che in questa stagione la crescita di molti elementi è stata evidente. Rincalzi che all’inizio stentavano, si sono via via ritagliati il proprio spazio, facendosi trovare pronti all’occorrenza. Come Patric, Cataldi e Jony, i tre che ieri hanno cercato di non far rimpiangere i titolari. E infatti nessuno dei gol è arrivato per evidenti “colpe” loro.

È ovvio che non si possa tornare indietro. Quel che è successo non è relegabile in un angolo della storia. Prima andava tutto alla grande, ora bisogna soffrire. Però la squadra di Inzaghi ha già dimostrato di saperlo fare. Lo dicevamo ieri, quando si rimontavano gli svantaggi contro Juve e Inter. Quando si riusciva a gestire la pressione dei risultati delle dirette concorrenti. Quando si spingeva fino all’ultimo istante per ribaltare le sorti di un incontro. E spesso ci si riusciva.

Tre mesi di lockdown non si cancellano. Ma nemmeno tutto quello che è stato fatto da agosto a febbraio può essere annullato da una sconfitta a Bergamo. Perciò da oggi, quello che ieri dicevamo non conta più, né nel bene, né nel male. Ci sono undici partite a cui pensare. Un futuro da costruire sulle macerie, come fu per il paese dopo la guerra. Alle spalle tutto il resto.

Vedremo poi i primi di agosto se alla fine quello che ieri dicevamo lo avremo detto ancora e lo continueremo a dire. O se, alla peggio, potremo accontentarci di ricordare di aver vissuto quelle meraviglie.

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